
Poesia! L’eterno viaggio delle parole, nell’intimo tacere degli occhi – per dirla con Quasimodo – è il presente che invoca la vita del domani. Ed è proprio questo che si coglie leggendo i versi della nuova silloge di Antonella Caggiano “Diecimila anni” (Moretti&Vitali, Bergamo, 2026). Signora della parola, l’autrice scrive con la raffinata eleganza del suo mondo e, come fa da sempre, si affida a cesellate armonie stilistiche per donare al lettore il lirismo della sua colta poetica. In questa silloge Antonella Caggiano dà ancora una volta prova della sua innata classe lirica.
La limpidezza del racconto poetico è l’inizio virtuoso di un viaggio che non conduce ad altra meta se non al proprio stesso tragitto. E in questo incedere lirico, Antonella raggiunge, di verso in verso, inattese latitudini. Ma l’aspetto che più si compie nel momento della lettura è la presenza di una nuova idea di lirismo, che si manifesta proprio dove meno la si aspetta: nella pausa, nella punteggiatura. Dove si apre il vuoto grafico della scrittura, negli spazi tra le parole, in quei luoghi dei piccoli addii – dove da sempre abita la poesia – nasce un’armonia lirica velata di malinconica intimità. Il ricordo e la memoria diventano allora il foglio bianco che esige la narrazione; e il canto poetico infinito, nel suo vitale non-approdo, si fa cammino della bellezza, cifra inconfondibile della poetica di Antonella Caggiano, poeta che fa del proprio sangue e della propria pelle scrittura.
“L’anima forse – volo di piume – nella madreperla della notte – la notte, questa notte – anima antica / fluttui in onde e destino mi aspettavi… e sangue e fiato e anima”. In questi versi si avverte un concerto d’arpa in crescendo, che poi si adagia in un silenzio evocativo. L’autrice, infatti, non cade nella trappola in cui incorre molta poesia moderna, quella della ritmicità esteriore; al contrario, affida la propria forza espressiva a una più profonda saggezza poetica. È una scrittura – o, ancor meglio, un viaggio archetipico – che diventa racconto non solo filosofico, ma anche di alta scuola semantico-filologica, come dovrebbe essere ogni lirismo davvero cristallino. Si tratta di una prova di dialogo tra poesia e filosofia, da sempre considerate naturali antagoniste, ma qui unite dall’unica lingua possibile: quella dell’intimità.
Si tratta di un’operazione complessa, ma Antonella Caggiano ha alle spalle esperienze stilistiche di altissima levatura, e questa genialità l’ha condotta nel tempo a innovazioni linguistiche e formali che costituiscono un segno indelebile della sua personalità poetica.
A ogni lettura si palesa, in ogni parola e in ogni verso, il carattere affabulante e musicale della sua scrittura: una poesia di cristallina malinconia, o ancor meglio di cromatismi che vengono da lontano e portano ancora più lontano, verso il luogo della luce. Il lirismo di Antonella è figlio di innumerevoli frequentazioni, certo, ma soprattutto di una profonda germinazione interiore, di una continua ricerca di sé stessa, di un essere intriso di mitologia e memoria. La voce – o, ancor più, le voci – scorre nell’aria luminosa di infinite albe; un ritmo che, venendo dal profondo, scopre il tempo presente e nel verso assurge a una nuova sacralità. Si delinea così un universo di bellezza che si tinge di una pienezza naturale, quella che solo la terra nativa sa donare.
La scrittura di Antonella, in questa raccolta, appare come un’epifania o come la nostalgia di un altro tempo; ma, in realtà, le cadenze, le tonalità e i ritmi della sua voce lirica consegnano al lettore un autentico senso di rinascita. Una nuova aurora si profila all’orizzonte: una bellezza assoluta che, a ogni lettura, vibra nell’aria e si colora di mitologia, come in un perpetuo richiamo al dialogo tra un altrove e un reale, nel segno di voci come Anna Achmatova, Emily Dickinson e la semisconosciuta, ma non per questo minore, Fernanda Romagnoli della quale Antonella Caggiano ne è degna discente naturale.
Francesco Di Rocco








