
“8 agosto 1956” Belgio. Brucia la miniera, muoiono 262 minatori. Parliamo di una delle più devastanti tragedie del lavoro. Undici anni dopo la fine del secondo conflitto, con l’ Italia ancora sofferente per la guerra “persa”; un paese che vuole tornare a vivere e sfuggire alla morsa della povertà e allora partire diventa gemella della speranza.
Uomini da ogni parte della penisola lasciano la terra natia per lavorare lontano dalle proprie famiglie. Si va in Belgio, la cui terra è ricca di carbone. Si diventa minatori. Per usare una visione di letteratura classica, si va nell’Ade, o “… per me si va nell’eterno dolore …” Questa è l’immagine che, comodamente seduti nelle poltrone, si ha di un minatore. Ma la realtà è altro, al momento della discesa, l’inferno è tangibile.
Finora abbiamo parlato al tempo presente verbale, come se settanta anni fossero appena dietro l’angolo, ma quel dolore, quella storia, in questi giorni vive nella memoria, come un presente mai passato e mai futuro. E’ l’eterno presente che solo il palcoscenico può dare.
Parliamo di teatro: è in scena “Un minatore all’Inferno”. Scritto e diretto da Michele Di Mauro, cardiologo, ma come un uomo che ha a che fare con il cuore, fa teatro. Il palcoscenico è l’anticamera del cuore, se usiamo immagine di puro lirismo romantico. Lavoro trascinante, vibrante di emozione, appunto che ha la genesi nella penna di Michele che dona alla storia una pagina di raffinata dignità e guidata dalla sua colta regia, nel drammatico scenario, rigenera nel ricordo dello spettatore, l’elegante fisicità dei volti cari di quegli uomini, padri, o figli, dimenticati della miniera di Marcinelle.
Quegli uomini, 262, morti nell’inferno di fiamme e gas, erano il simbolo tragico dell’Europa, che si stava riprendendo dalla devastazione della guerra, e tra loro 136 italiani, e molti figli della nostra terra d’Abruzzo, partiti per il Belgio (che scriveva – Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani) come pedina di scambio, a pagamento del carbone per la rinascita italiana.
Qui nasce “Un minatore all’Inferno”, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Michele Di Mauro, prodotto dall’Associazione Culturale La Torre di Babele ETS, che è stato messo in scena prima nazionale il 2 agosto a Manoppello in provincia di Pescara, uno dei paesi più colpiti dalla tragedia. Michele Di Mauro con il suo teatro racconta la vita, i suoi problemi le sofferenze, le assenze, come ha fatto in un lavoro precedente “Che guerra è?”. E come in questo precedente lavoro, l’autore usa la chiave dell’ironia, usando il dialetto, che già di suo è la lingua dell’animo che più di quella nazionale, vive di ironia malinconica, come quello abruzzese che nasce in contesti spesso surreali e sanguigni. Spettacolo che proponendosi al pubblico, racconta tutta la problematica del lavoro, ma, saggiamente, evita l’uso anacronistico della nuda cronaca dell’informazione di “regime”, è la rinascita civile della lingua di tutti giorni.
Protagonista è un minatore, ovviamente meridionale, costretto ad emigrare in Belgio come tanti. Dopo l’esplosione della miniera, egli si risveglia in un luogo irreale; l’anticamera del Paradiso. Ma scopre tutt’altra verità. Inizia così un viaggio surreale tra Paradiso, Purgatorio e Inferno, come un novello Ulisse, nel regno dei morti dove incontra volti segnati dalla sofferenza. Comprende allora che il vero inferno non è quello che ci hanno insegnato, ma quello vissuto sulla Terra.
Tragicommedia, si diceva, dove il protagonista alterna sorrisi e silenzi, leggerezza e dolore, come un personaggio kafkiano, che trascina lo spettatore fino a mettere indubbio le sue convinzioni. L’Inferno diventa il paradosso del rispetto dovuto alle “brave persone”. Appunto, in scena attori abruzzesi, non sono personaggi, è questa la novità scenica, sono persone in carne, ossa, e la sacralità della parola che donano l’eterno presente del teatro.
FRANCESCODIROCCO









